RIVOLUZIONE INCOMPIUTA. L'ARCIVESCOVO DI LOS ANGELES ALLA RED MASS PER IL MONDO DEL DIRITTO

By Archbishop Gomez
Washington, D.C.
October 04, 2017
Source: L'Osservatore Romano
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(José Horacio Gómez) La Chiesa di Los Angeles è la comunità cattolica più grande del paese. Siamo una chiesa globale, una chiesa immigrante, formata da persone che vengono da ogni parte del mondo. In questa città noi cattolici siamo circa cinque milioni, e ogni giorno preghiamo, celebriamo il culto divino e prestiamo i nostri servizi in più di quaranta lingue diverse. I missionari francescani che fondarono Los Angeles diedero alla nostra città il nome della Madre di Dio, la Regina degli Angeli. Tra quei missionari c’era san Junípero Serra, il nostro santo americano più recente. San Junípero era un ispanico che emigrò dalla Spagna ed entrò in questo paese dopo aver vissuto per oltre un decennio in Messico.

All’epoca nel governo coloniale della California c’erano molti che negavano la piena umanità dei popoli indigeni che vivono in questa terra. San Junípero divenne il loro difensore. Scrisse persino una “dichiarazione di diritti” per proteggerli. E, tra l’altro, la scrisse tre anni prima della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti.

La maggior parte degli statunitensi non conosce questa storia. Ma Papa Francesco sì. Perciò, quando il Santo Padre è venuto nel nostro paese nel 2015, il suo primo atto è stato di tenere una messa solenne durante la quale ha canonizzato san Junípero. Non l’ha celebrata a Los Angeles, ma proprio qui, nella capitale della nazione. Papa Francesco ha evidenziato un fatto. Ritiene che dovremmo onorare san Junípero come «uno dei padri fondatori degli Stati Uniti» (Omelia al Pontificio collegio nordamericano, 2 maggio 2015). Sono d’accordo. Anch’io credo che dovremmo farlo. Perché ricordare san Junípero e i primi missionari cambia il modo in cui ricordiamo la nostra storia nazionale. Ci ricorda che gli inizi degli Stati Uniti non furono politici. Gli inizi di questo paese furono spirituali. Furono i missionari a giungere qui per primi, molto prima dei padri pellegrini, molto prima di George Washington e di Thomas Jefferson. Addirittura molto prima che questo paese avesse un nome. Quei missionari, insieme ai coloni e agli statisti che vennero dopo, gettarono le basi spirituali e intellettuali di una nazione che continua a essere unica nella storia dell’umanità. Una nazione concepita sotto Dio e impegnata a promuovere la dignità umana, la libertà e il fiorire di una diversità di popoli, razze, idee e credenze.

Perciò questa Red Mass nazionale che si celebra ogni anno è tanto importante. C’è un tempo per la politica e un tempo per la preghiera. E questo è un giorno per la preghiera. Riconosciamo oggi, come lo fecero i fondatori degli Stati Uniti, che questa continua a essere una nazione sotto Dio; che le Sue leggi ancora governano il mondo in cui viviamo; e che andiamo avanti ancora «con salda fede nella protezione della divina provvidenza» (Dichiarazione di indipendenza americana, 4 luglio 1776). Oggi chiediamo allo Spirito santo di aprire i nostri cuori e di aiutarci a vedere i nostri doveri alla luce della Parola di Dio, alla luce dei suoi piani per il creato. La prima lettura che abbiamo ascoltato oggi, il racconto di questa prima pentecoste, rivela il bel sogno del Creatore per la razza umana. A Gerusalemme c’erano uomini e donne di «ogni nazione che è sotto il cielo». E lo Spirito di Dio parlò a ognuno nella «propria lingua natia». Pentecoste è il “compleanno” della Chiesa e il primo giorno della sua missione. E la bella missione che Gesù le ha dato è di riunire tutti i popoli della terra in una sola famiglia di Dio.

Agli occhi di Dio non ci sono stranieri, non ci sono estranei. Siamo tutti famiglia. Quando Dio ci guarda, vede al di là del colore della nostra pelle, o dei paesi da cui proveniamo o della lingua che parliamo. Dio vede solamente figli; figli e figlie fatti a sua immagine. Fratelli e sorelle, la verità è questa: ancor prima di creare il sole e la luna, ancor prima di porre nel cielo la prima stella o di cominciare a colmare d’acqua gli oceani, ancor prima di creare il mondo, Dio già conosceva il nome vostro e il mio. E aveva un disegno di amore per le nostre vite. Ogni vita è sacra e ogni vita ha uno scopo nella creazione di Dio. Ognuno di noi nasce per cose grandi. Questa non è solo un’idea che risuona come una cosa bella. È ciò che Gesù Cristo è venuto a insegnarci. E noi stiamo ancora cercando di impararlo. Le persone che scrissero le leggi di questo paese e che diedero forma alle nostre istituzioni avevano capito quell’insegnamento. Lo avevano capito così bene da dire che quelle verità erano di per sé evidenti. I fondatori degli Stati Uniti credevano che l’unica giustificazione del governo è servire la persona umana, che è creata a immagine di Dio, è dotata di dignità, diritti e responsabilità dati da Dio, ed è chiamata da Dio a un destino trascendente.

Cari fratelli e sorelle, voi condividete la responsabilità di questo grande governo. Il servizio pubblico è una nobile vocazione. Occorrono onestà e coraggio per svolgerlo. Occorrono prudenza e umiltà. E sono anche necessari la preghiera e il sacrificio. Perciò oggi chiediamo allo Spirito santo i suoi doni e rinnoviamo il nostro impegno con questa visione di un governo che serve la persona umana. Impegniamoci con un’America che si prenda cura dei giovani e degli anziani, dei poveri e dei malati; con un paese in cui quanti hanno fame trovino il pane e quanti non hanno casa un luogo dove vivere; un paese che accolga gli immigrati e i profughi e che offra una seconda opportunità ai detenuti. Certo, possiamo anche parlare dei modi in cui la nostra nazione non è riuscita a realizzare la sua visione fondazionale. Fin dall’inizio, gli statunitensi si sono imbarcati in appassionate discussioni su tali temi, e queste conversazioni sono vitali per la nostra democrazia. Dai peccati originali della schiavitù e del crudele maltrattamento riservato ai popoli nativi alle nostre battaglie attuali contro il razzismo e il nativismo, il sogno americano continua a essere un lavoro in corso.

Abbiamo fatto un lungo cammino. Ma non siamo arrivati abbastanza lontano. Questo non dovrebbe farci cedere al cinismo o alla disperazione. Malgrado tutte le nostre debolezze e gli insuccessi, gli Stati Uniti continuano a essere un faro di speranza per i popoli di tutte le nazioni che cercano rifugio in questo paese, per la libertà e l’uguaglianza sotto Dio. Nella nostra storia ci sono sempre stati uomini e donne di fede che hanno guidato movimenti a favore della giustizia e del cambiamento sociale. Sto pensando agli sforzi per abolire la schiavitù e per dare alle donne il diritto di voto. Sto pensando al movimento per i diritti civili, al movimento contadino, al movimento per la pace e al movimento a favore del diritto alla vita. È stato un libro di un membro del movimento dei “lavoratori cattolici” ad aiutare a promuovere la “guerra contro la povertà” negli anni Sessanta (Michael Harrington, The other America, Macmillan, 1962). È questo il motivo per cui la libertà religiosa è così essenziale per definire ciò che noi siamo come statunitensi. Non dovremmo mai mettere a tacere le voci dei credenti. Ci connettono alla visione dei nostri fondatori. Ora più che mai abbiamo bisogno del loro spirito di pacificazione e di ricerca di soluzioni non violente.

Nel passo evangelico che abbiamo ascoltato oggi, Gesù va dai suoi discepoli, mostra loro le sue ferite e poi “alita” su di loro. In questa scena stiamo assistendo a una nuova creazione. All’inizio il Creatore creò l’uomo e la donna a sua immagine. Poi, nel libro della Genesi, ci dice che Dio «soffiò nelle sue narici un alito di vita» (2, 7). Nel passo evangelico, Gesù viene per creare una nuova umanità, un nuovo popolo, fatto a immagine del suo perdono e vivificato dal potere del suo Spirito. Questa scena è ricca di significato. Quando Gesù alita sui suoi discepoli e dice «ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi», sta effettivamente dando alla sua Chiesa il potere di perdonare i peccati in suo nome. Ma, oltre a ciò, sta dando a ognuno di noi il potere di perdonare quanti ci offendono. E questo potere di perdonare è il potere più grande che gli uomini e le donne possiedono su questa terra. Se solo riuscissimo a capirlo! Perché quando perdoniamo, stiamo imitando Gesù Cristo. Il potere di concedere il perdono e di mostrare misericordia è l’immagine di Dio. Perdonare è, sotto molti aspetti, ciò che ci rende pienamente umani.

Permettetemi di concludere suggerendo che il perdono è parte della rivoluzione incompiuta della società statunitense. Perdonare non significa dimenticare quanto è accaduto o scusare ciò che è sbagliato; non significa ignorare ciò che ci divide. Il vero perdono ci libera dai cicli di resistenza e di vendetta; ci rende liberi di cercare la riconciliazione e la guarigione. Ed è di questo che abbiamo bisogno oggi negli Stati Uniti: di un nuovo spirito di compassione e di cooperazione, di un nuovo senso della nostra umanità comune. Abbiamo bisogno di trattare gli “altri” come nostri fratelli e sorelle. Persino quelli che si oppongono a noi o che non sono d’accordo con noi. La misericordia e l’amore che desideriamo sono la misericordia e l’amore che dobbiamo dimostrare al prossimo. Che la nostra santissima madre Maria ci aiuti a rinnovare la promessa degli Stati Uniti, a impegnarci nuovamente con le verità che i nostri fondatori ci hanno affidato.

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